“Qualcosa” da chiedere

“L’importanza delle favole oggi” Chiara Gamberale e Luis Sepúlveda con Pietro Cheli

Sala Tahoma- PAD.4

Giunti al momento del “Chi ha domande da fare?”, sventolo la mano, mi alzo in piedi, attendo l’hostess con il microfono e…

“La cosa più bella per un lettore è quella di trovarsi faccia a faccia con uno scrittore. Quindi colgo l’occasione per togliermi un sassolino dalla scarpa.

Perché alla fine della storia Qualcosa di Troppo non inizia una relazione con il Cavalier Niente? Se la principessa rappresenta il Troppo, un modo eccessivo di vivere, credevo che fosse giusto la fusione con il Niente per poter trovare un equilibrio e affrontare quel vuoto che è in ognuno di noi. Questo sarebbe stato il lieto fine più logico e fiabesco, perché hai optato per l’inserimento di un nuovo personaggio? Che senso ha?”

Chiara Gamberale, ne sono certa, voleva rispondere “Perché mi hai fatto questa domanda? Ora mi tocca svelare il tutto”, ha invece scelto di dire: 

“La cosa fondamentale è l’incontro con il Cavaliere. È importante che i due si siano incontrati e che la principessa Qualcosa di Troppo, abbia fatto i conti con quella nostalgia del Niente. Non sempre le persone che si incontrano devono continuare a stare insieme. Basta incontrarsi per cambiare la nostra vita.”

Annuisco, respiro profondo:

“Lo so. Ecco perché pretendevo che almeno nel tuo libro ci fosse il lieto fine che non è concesso nella vita.”

Scelgo di non svelare ciò che lei mi ha svelato. Affinché ognuno di noi possa scegliere il lieto fine che sia più lieto…

#tempodilibri #chiaragamberale #qualcosa

I’ll write for you

Molti sanno chi sono. Tanti altri faranno finta di non conoscermi. Tutti però siete a conoscenza della mia passione, voglia, bisogno di scrivere.
Ho deciso di creare una pagina Facebook con il solo obiettivo di scrivere. Di scrivere per voi.

Se avete bisogno di comunicare ciò che provate ad una persona, raccontatemi la vostra storia e vi prometto che sceglierò con cura le parole giuste.

Se siete alla ricerca di una descrizione da postare con una vostra foto, scrivetemi lo stesso. Nell’era dei social non ha più senso riutilizzare aforismi estratti da libri che quasi mai abbiamo letto per intero. 

Sono qui, a vostra disposizione per creare su misura l’aforisma che possa calzare a pennello con la vostra situazione.

Quasi sicuramente questa mia iniziativa non avrà seguito. Non posso arrendermi se questo mondo non mi mostra la via più facile per scrivere. Ecco perchè, I’ll write for you! 🙃

“I’ll write for you” is out now. ✍🏼

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Troppo veloce

E poi quando fai troppo, quando vai troppo in fretta metabolizzi in fretta. E se lo fai dimentichi presto. E se dimentichi non vivi il “dopo”. Non assapori l’assenza di quella persona che ti manca tanto nonostante tu l’abbia rivista solo una settimana prima. Quella persona che, al tempo stesso, ti manca poco. Ti manca poco perché già hai vissuto altro, metabolizzato e dimenticato. Archiviato la sua importanza, nonostante tu riesca a volerla qui. Anche se non ne hai bisogno. Solo perché hai trascorso ore fantastiche con lei. Era importante. Lo era soprattutto perché non lo è più. E vorrai riprovare le stesse sensazioni, ma non puoi. E la cosa più devastante è che non hai colpa alcuna. L’unica tua colpa è quella di non poterti fermare, perché se lo fai non riesci a correre. E se non corri non dimentichi. E soffri. E se soffri vuol dire che è ancora importante.

Thanksgiving

Grazie Londra per avermi fatto ridere come una bambina. Grazie Londra per avermi resa più pazza di quanto lo sia stata da adolescente. Grazie Londra per avermi fatto crescere più di quanto il tempo lo consenta in meno di un anno. Grazie Londra soprattutto per aver confermato l’intensità con cui vivo ogni istante. Grazie Londra per avermi svelato questa dote che mi rende a sua volta un disastro e sempre pronta a dire ciò che penso e fare quello che il mio cuore mi suggerisce. Non mi pento di averti lasciata perché sei l’unica città in cui sono già stata e in cui ritornerò, infrangendo la mia regola “del non tornare due o più volte nello stesso posto”.

Amare senza barare

Sia chiaro, non sono una persona incline ad accettare l’andamento delle cose passivamente. Eppure sono stata abbastanza brava finora ad accogliere i tanti cambiamenti che varie situazioni mi hanno appunto costretta ad accettare. C’è e ci sarà sempre una cosa che, mio malgrado, non riuscirò mai ad accettare e soprattutto a capire.

Perché se non diamo attenzione, amore, importanza ad una perosna quest’ultima ci corre dietro? Perché, al contrario, se dimostriamo a quanto siamo disposti pur di vivere del tempo con questa ipotetica persona essa stessa ci respinge, non curandosi quasi di noi? 

“In amore vince chi fugge” per me è la verità più dura da accettare. Non riesco a giustificare il meccanismo di questa regola che mai riserva un’ eccezione. Vorrei che si trattasse di una bugia ma so che illuderei maggiormente la mia mente. 

Non ho mai e dico mai adottato questa tecnica quando avevo reale interesse nei confronti di qualcuno. Eppure avrei potuto farlo. Facendolo, avrei sofferto meno. Avrei odiato meno. Avrei amato meno. E quest’ultima condizione, proprio questa clausola mi ha sempre inconsciamente obbligata a rinunciare a questo gioco. Sí, è un gioco sporco. È barare, non curandosi del fatto che la verità sia l’unica strada da imboccare per poter vivere i momenti che la vita ha a noi destinato con quella persona. 

Tante volte, ahimè, il destino non riesce a mettere insieme due cuori che hanno barato. Che hanno seguito la triste regola. Ed è così che ci precludiamo di vivere l’amore più grande della nostra vita. Nello stesso esatto modo in cui ci vietiamo di vivere il dolore più grande della nostra vita.

London’s calling 

Odio Malpensa T2. Non mi piace per niente. Non mi “ispirano” i punti di ristoro. È un aeroporto piccolo e dispersivo. Eppure sfrutterò questo posto per scrivere. Ognuno dei social poi ne fa un po’ quello che più gli pare e, giunti a questo punto, mi sembra un giusto compromesso. Tanto i miei post nessuno li legge. Nemmeno i miei amici. Sono troppo lunghi. E devo dire che è una bella scusa per far straripare i miei pensieri. Di Londra ho sempre parlato tanto, ma scritto poco. Ed ora mi accingo a farlo.

Stanotte non ho dormito al solo pensiero di doverci ritornare. Tra poche ore sarò lì. Ed ancora faccio fatica a crederci. Motivo per cui non voglio contaminare il legame che ho con quella città con una valanga inconcludente di pensieri. Mi “limiterò” ad elencare le cose che di Londra mi sono mancate come l’aria.

Tutte, ma tutte tutte, le persone che ho incontrato. Comprese quelle che mi hanno sempre vista come una ragazza italiana che preferiva la compagnia di altri italiani, mangiare in ristoranti italiani, parlare in italiano. Fiera di aver in seguito confutato la loro banale tesi sul mio conto. 

CAU. E quando scrivo il nome del ristorante nel quale ho lavorato intendo ogni singola cosa inerente ad esso. I miei colleghi e più che mai il menù. Burgers, thin chips, pepper and blue cheese sauce, Sunday roast, croquettes, eggs benedict, dulce de leche pancakes, foundant. E più ancora del cibo, l’arte dell’hospitality che lì ho appreso. La quale non mi darà pace finché non troverò in almeno un ristorante su suolo italiano la stessa accortezza nel servire i clienti.

I bus. Rossi. Quel rosso che solo loro sfoggiano. Salire su uno dei tanti, correre al primo piano, cadere su quelle scale. Ed osservare cosa e chi c’era all’esterno. Il 156, che mi riportava a casa. Sempre e comunque. 

Wimbledon. Wimbledon Park. Wimbledon village. Pitt crescent stop. 

Pret A Manger. Entrare in ogni singolo Pret era una cosa che facevo istintivamente. Perlustravo tra gli scaffali imbanditi di cibo per poi prendere il solito tramezzino, oppure uscire da lì a mani vuote.

Putney Bridge. Il mio ponte, tra tutti i ponti londinesi, preferito. Era e sarà sempre il mio posto magico. E non tutti conoscono i motivi, ma va bene lo stesso ad eleggerlo “my place”.

Wilko. Ogni oggetto che quel negozio offre. Rimpiango ancora di non aver acquistato quella piccola cassettiera rosa brillantinata prima di rimpatriare, causa assenza di spazio nelle mie cinque valigie.

I parchi. Ogni metro quadro verde che mi obbligava a sdraiarmici su. La loro immensità. Di cui ancora non mi capacito.

La mia bottiglia rosa, acquistata a £ 1. Sarà sicuramente ancora nel frigo della mia casa. I hope so!

Poundland. Tutto a 1 pound. E poco importava se poi trovavo lo stesso prodotto ad un prezzo più basso in un altro negozio. Dovevo acquistarlo lì. E basta.

River island. Che mi ha fatto amare vestiti che prima non avrei nemmeno degnato di attenzione. Una dimensione floreale e colorata mi rapiva, obbligandomi a comprare. Comprare e comprare cose di cui non avevo né avrei avuto mai bisogno. Infatti ho ancora un vestitino mai indossato che nel mio armadio attende non so quale evento, che mai accadrà.

Sainsbury. Le casse fai da te. E quelle tortine rosa. Erano dei pezzi di una torta mai prodotta nella versione intera. Erano rosa. Burrose. Zuccherose. Morbidose. E solo pochi sanno che sto andando a Londra soprattutto per divorarne tantissime.

Inutile continuare. Anche se potrei e come, dal momento in cui il mio volo partirà tra sole due ore. Una delle mie solite genialità che mi fa raggiungere gli aeroporti in stranticipo perché devo elaborare la partenza. 

Inutile continuare, scrivevo. Perché mi manca tutto di Londra. E mi mancava da luglio, da quando sono rimpatriata. Ma ho messo tutto da parte. Pronta a tirarlo fuori quando sarei stata nelle condizioni giuste per ritornarci. A settembre, a novembre non potevo prenotare il volo. Sapevo che non sarei poi facilmente ritornata in Italia. 

Ora forse ci sono più possibilità che rispetti l’impegno di salire sull’aereo che mi condurrà nuovamente a Milano. Forse. Scherzo! 

Sto andando a Londra soprattutto per passeggiare tra le strade di quella città e percepire ogni goccia del mio sangue mentre scorre nel mio corpo. Per respirare quel profumo di vita che non si può sniffare ovunque. Quella brezza che, come sapevo, mi avrebbe fatto amare Londra solo dopo averla lasciata.

E non voglio usare espressioni del tipo “I’m coming back…” perché non si tratta di un ritorno vero e proprio. Si ritorna solamente nei luoghi che abbiamo lasciato. Ed io, il mio cuore non ha mai definitivamente lasciato quel luogo. Londra è stata la città dove ho perso e trovato me stessa, cuore e mente, corpo e anima. E sto andando là per ricongiungermi con quel pezzo mancante per comporre un puzzle che non avrà facilmente modo di essere ricomposto del tutto in via speciale. Perché non posso vivere senza avvertire perennemente la mancanza di qualcosa, di qualcuno, di una parte di me che mi permette sempre di ritornare a casa, lì dove i miei sogni hanno iniziato a sognare.

✈️🇬🇧❤ #Londontime #coming #finally

Freedom

Oggi ho scoperto che la libertà è prenotare un volo. Nell’arco di ben dieci minuti ho deciso con una mia collega, ugualmente e diversamente spinta ad agire dalla mia stessa fissazione di partire, di viaggiare, ho deciso, scrivevo, di trascorrere un weekend in una città che non avevo mai visitato. Non è importante svelare quale sia, ma la cosa spiazzante è la leggerezza con cui ho affronatato la cosa. 

“Partiamo? Per me puoi prenotare anche ora.”

E l’ho fatto. Ho agito liberamente. Perché sono libera. Perché non ho dovuto avvisare nessuno. Perché non ho dovuto controllare alcuna disponibilità sulla mia agenda.

E il senso di libertà assoluta l’ho assaporato ancor di più dopo. Quando ho iniziato anche a provare un po’ di colpa. Colpevole di aver agito senza badare a spese, nè alle persone che continuano ancora a sperare che io ritorni a casa. 

Libertà è per me leggerezza e pensantezza. Ove quest’ultima si manifesta solo se paragonata a gesti improvvisi e sensati più che leggeri. 

Libertà è per me poter donare pesantezza anche agli istanti leggeri che la vita mi concede. Pur sentendomi in colpa. Libera di essere colpevolmente leggera.

Sprecare

Sprecare è un verbo che non mi si addice. E posso affermarlo per una fitta serie di motivi. Non getto il tubetto del mascara prima di averlo esaurito completamente. Non spreco qualsiasi tipo di salsa che alloggia temporaneamente sul fondo del mio piatto. Non spreco gli evidenziatori dal tratto già sbiadito, nonostante li abbia comprati il giorno prima. Non spreco il caffè freddo rimasto nella macchinetta, bevendolo come un cicchetto perché freddo proprio non mi piace. E con la stessa meticolosità con cui non spreco trucco, cibo, carta ecc…non spreco il tempo. Non spreco un giorno libero nella passività. Devo utilizzare quel tempo per studiare, per fare una telefonata, per controllare il mio posto nelle tante graduatorie di cui attendo i risultati, per guardare le puntate arretrate delle mie serie tv preferite. Non spreco i giorni. Ma soprattutto non spreco le persone. Perché è un peccato non rendersi conto di quanto le persone siano soggette all’usura dei fallaci cambiamenti che il più delle volte ce le presentano in una veste troppo diversa. Diversa da quella che indossavano il giorno in cui le abbiamo amate, comprese, perdonate. Ecco perché preferisco godere e non sprecare le cose e le persone. Perché la salsa finirà, il mascara si seccherà, l’evidenziatore non colorerà più, la giornata terminerà prima del previsto e… le persone se ne andranno. L’ unico nostro grande potere è quello di non permettere che se ne vadano prima di avergli fatto capire quanto noi non le abbiamo sprecate. Ecco perché non spreco mai le parole!

Leaving 

Partire e ripartire.

Lo trovo alquanto distruttivo. Sebbene io ami viaggiare e sentire il rumore delle rotelline della valigia scorrere contro il marmo del pavimento di ogni aereoporto, trovo appropriato l’aggettivo che ho usato. Distruttivo. Lo è nella misura in cui mi distrugge ogni volta questa storia di partire, poi tornare e ritornare. Distrugge una parte debole di me. Distrugge quel sensibile attaccamento che mi lega appunto ad un luogo o, peggio ancora, ad una o tante persone. 

Infatti ora mi sento più forte. Più forte dal momento in cui ho superato anche questa volta il distacco. Ho salutato tutti e sono pronta a rientrare in una vita che ancora non mi è familiare. È proprio quello che ho scelto. Ho scelto di essere lì e non più dove mi trovavo prima di questa scelta. Se solo riuscissi a star bene e serena e, perché no, felice forse non parlerei di distruzione interiore. 

Non una rottura. Non una demolizione. Ma semplicemente una distruzione poiché un pezzo di me va via. Non parlo affatto di un negativo processo. Nè potrei definirlo doloroso anche se potrebbe sembrarlo. Mi ritrovo solamente a far i conti con ciò che mi rende incoerente. Scegliere di partire sempre e comunque e considerare distruttivo il tutto. È incoerente questo mio modo di vivere perché non mi regala stabilità, nonostante sia l’unica cosa che tuttora bramo. 

Una stabilità che appunto mi dovrebbe stabilire in una dimensione pacifica a me stessa è l’unico sogno che in questo istante sento di possedere.

Over size

Ho paura che quest’amore aumenti di lunghezza e che quindi nessuna distanza potrà mai separarci realmente.

Ho paura che quest’amore aumenti di peso e che quindi mi vieti di muovermi, di andare altrove senza la tua anima.

Ho paura, soprattutto, che quest’amore aumenti di volume e che quindi io rischi di scoppiare.

Se una sola di queste misure dovesse esasperarsi, io sarei costretta ad ammettere al tuo cospetto di averti amato oltre misura.